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Furlan: Ripresa? Altri Paesi crescono di più

Furlan: "Ripresa? Altri Paesi crescono di più"

Il segretario generale della Cisl: «Tanta disoccupazione e forti diseguaglianze. E anche a Nordest serve un patto Regioni-parti sociali, nessuno ce la fa da solo

Un sistema fiscale «più giusto e equo» per migliorare salari e pensioni: questa la richiesta della Cisl al governo. Il segretario Annamaria Furlan, che conferma l’intenzione del sindacato di bloccare l’aumento dell’età pensionabile previsto dalla legge Fornero, analizza qui tutte le partite del sindacato in autunno: a partire dal rilancio della competitività del Paese e dalle crisi industriali.
Segretario Annamaria Furlan, nei primi sei mesi dell’anno il nostro export è cresciuto il doppio della Francia e la produzione industriale ha ripreso a correre. È giunta la ripresa?
«Ci sono dei segnali di ripresa ma è ancora debole e meno sostenuta di altri paesi europei. Dobbiamo recuperare ancora parecchi decimali di produzione perduti in questo ultimo decennio a causa della crisi economica. E soprattutto abbiamo ancora tre milioni di disoccupati nel nostro paese, molti dei quali sono costretti ogni anno ad emigrare all’estero. La crisi economica ci ha lasciato anche un forte aumento delle diseguaglianze sociali. Dobbiamo affrontare seriamente il tema dell’occupazione giovanile, favorire gli investimenti pubblici e privati, offrire un sostegno concreto alle aree deboli e svantaggiate del paese, a partire dal Sud. In particolare bisognerà lavorare per sostenere l’incremento dell’occupazione femminile, cambiando il sistema contrattuale in modo da ridare slancio ai salari ed alla produttività. Accanto al tema del lavoro e delle pensioni ci batteremo per incrementate le risorse destinate al Reddito di inclusione per contrastare la povertà. Ma il tema principale resta quello della riforma fiscale. Questa sarà la prima cosa che chiederemo al prossimo governo, per un miglioramento delle condizioni salariali e delle pensioni da perseguire con un sistema fiscale più equo e giusto».
Il governo ha messo a punto la manovra economica per il 2018 da 19,6 miliardi di euro. Le misure del governo saranno sufficienti a rilanciare la crescita e gli investimenti produttivi?
«Abbiamo detto con chiarezza che ci attendiamo una legge di bilancio che sostenga con più coerenza la crescita del Paese, investendo di più sulle infrastrutture, sulle politiche attive del lavoro, sull’alternanza scuola lavoro. Gli sgravi e la decontribuzione per le assunzioni dei giovani sono sicuramente misure positive. Ma vanno accompagnate da una politica di investimenti in ricerca, innovazione e formazione. E poi bisogna rinnovare i contratti pubblici, per dare ossigeno ad una categoria che aspetta da sette anni, con una riforma vera che rilanci la produttività e l'efficienza in tutti i servizi pubblici».
È necessario intervenire sul costo del lavoro?
«Serve un disegno di politica industriale che ci metta al riparo dalla concorrenza da costo del lavoro dei Paesi emergenti e con ricadute positive sull’occupazione e sulla coesione sociale. Rendere più favorevoli le assunzioni deve andare in questa direzione, ma non basta. Bisogna rafforzare le politiche attive nel nostro Paese, a partire dal potenziamento delle dotazioni organiche dei centri per l’impiego».
Secondo l’ultimo rapporto Ocse il Job’s Act ha permesso la creazione di circa 850 mila posti di lavoro. Lo ritiene una misura efficace?
«Il Jobs act e soprattutto la decontribuzione hanno certamente dato una spinta positiva a stabilizzare una larga parte di lavoro precario. Ma in questa fase vi è il rischio che il combinato disposto fra la forte riduzione degli ammortizzatori e l'aumento dei costi per il loro utilizzo, renda più facili i licenziamenti. La tutela della occupazione deve essere prioritaria e a partire da qui vanno gestite le riorganizzazioni e le ristrutturazioni produttive».
Come contrastare una disoccupazione giovanile che ha ormai raggiunto il 35%?
«Bisogna uscire dagli slogan e costruire azioni concrete. La principale medicina che può curare la disoccupazione giovanile è una maggiore sinergia tra scuola e lavoro, il potenziamento dell'apprendistato duale e dell'alternanza. Ripeto, non siamo contrari ad una nuova decontribuzione per stabili assunzioni di giovani come proposto dal governo se questa non mortifica di nuovo l'apprendistato. Anzi proponiamo come Cisl una decontribuzione totale per assumere giovani in quelle professioni e mestieri di difficile reperimento nel mercato del lavoro. Se è vero che un’assunzione su cinque non viene fatta per mancanza di competenze, la soluzione è varare un contratto di apprendistato a zero contributi per chi assume un giovane da formare».
Ritiene che gli automatismi per l’adeguamento dell’età pensionabile previsti dalla legge Fornero vadano rivisti?
«Il fatto che in Italia l’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia sia già la più alta in Europa deve far riflettere quanti continuano a sostenere un ulteriore allungamento dell’età pensionabile. Per questo abbiamo chiesto al Governo di fermarsi e di rivedere l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita. Non si capisce infatti perché non si abbassa l’età pensionabile ogni qualvolta la speranza di vita si accorcia come è accaduto in questi anni per effetto dell’aumento dei livelli di povertà nel nostro Paese. Noi chiediamo al Governo Gentiloni un atto di buon senso e di giustizia sociale, ridiscutendo questa materia al tavolo di confronto con il sindacato. Non tutti i lavori sono uguali, bisogna operare la giusta distinzione tra chi svolge una attività gravosa e chi può rimanere fino alla soglia dei 67 anni. Nello stesso tempo abbiamo sollecitato una riduzione del requisito pensionistico che riconosca la maternità ed il lavoro di cura in modo da consentire un pensionamento anticipato per tante donne lavoratrici».
Pensa che il piano nazionale per l’industria 4.0 possa funzionare?
«Il Progetto di Impresa 4.0 è sicuramente importante. Non bisogna avere paura della robotizzazione. Ma è necessario mettere in campo un adeguato piano formativo per i lavoratori. La sfida di tutti i governi industrializzati deve essere quella di legare l’innovazione tecnologica alla formazione 4.0 e ad una migliore qualità di ciò che si produce, creando un sistema in cui il lavoratore sia indispensabile per l’utilizzo della macchina. La discussione sul “futuro del lavoro” dovrebbe garantire che i lavoratori non debbano pagare il costo dell’adeguamento ai cambiamenti della produzione a causa della crescente digitalizzazione delle nostre economie».
C’è chi sostiene che nel nostro Paese sono rimasti pochi grandi gruppi industriali..
«Siamo ancora il settimo Paese al mondo per quanto riguarda il settore manifatturiero. Dobbiamo saper costruire insieme alle imprese una politica industriale che investa su grandi progetti di trasformazione, coinvolgendo seriamente i lavoratori in questi processi attraverso una contrattazione diffusa sia a livello aziendale sia territoriale».
Quali sono le potenzialità di sviluppo industriale a Nordest?
«Il Nordest è stato per tanti un modello per il nostro paese ed ha ancora grandi potenzialità perchè possiede fattori di sviluppo migliori di altri territori a partire dalla presenza di un sistema scientifico-tecnologico che è una risorsa di alto valore per la produzione industriale al passo con i territori più avanzati dell’Occidente. Poche regioni hanno poi una versatilità in termini di turismo balneare, termale, artistico e culturale. Ma c'è bisogno anche nelle aree del Nordest di un grande patto tra le Regioni e le parti sociali, per selezionare bene gli investimenti ed i settori su cui puntare nei prossimi anni. Nessuno può pensare di farcela da solo».
Esiste il rischio che le nostre imprese, se deboli e sottocapitalizzate, finiscano in mani straniere?
«È un rischio che esiste. Per questo anche l'Italia, come fanno altri paesi, deve fare di più per proteggere e far crescere le proprie aziende, difendendo soprattutto gli asset strategici come l'energia, i trasporti, le reti, dalle scalate straniere. La vera svolta sarebbe l’utilizo di fondi contrattuali ed assicurativi che potrebbero essere usati dalle imprese italiane per il finanziamento di investimenti

in innovazione, ricerca, formazione, qualità dei nostri prodotti. Ma bisognerebbe rendere più favorevole la tassazione dei fondi previdenziali e garantire anche la partecipazione e i controllo dei lavoratori alle scelte di investimento delle imprese».
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