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Campioni e sconfitti: i verdetti della crisi

Campioni e sconfitti: i verdetti della crisi

Grado di innovazione e di dipendenza dall’Italia criteri decisivi per successi o crac. I casi: Rana vola, Geox avanza, Melegatti in picchiata, Sintesi e Robur chiudono

La locomotiva del Nordest è uscita dal tunnel della crisi e si è rimessa a correre. Ma non tutte le imprese sono riuscite a salire a bordo per tempo, anzi sono tante quelle rimaste in banchina in attesa del prossimo treno. Questa è la fotografia che emerge in chiaroscuro a incrociare i dati della ripresa economica del Triveneto con il parere degli esperti e il racconto vivo degli imprenditori. Ecco la ripresa “a metà” che spegne il sorriso del territorio, nonostante i buoni risultati sul fronte di produzione industriale, export e ritorno agli investimenti. I (pochi) big, ormai, giocano partite globali tra fusioni e acquisizioni: Luxottica, la galassia Benetton, Fincantieri, Geox. Poi ci sono le medie aziende che diventano campioncini internazionali. C’è chi come il Pastificio Rana incassa 160 milioni di euro (+13,6% rispetto al 2015) dalle vendite in America e dal 2012 riesce perfino a raddoppiare il fatturato globale a quota 586 milioni. Un successo che viaggia a doppia cifra e racconta molto del potenziale – a lungo inespresso – dell’alimentare made in Italy. Ma c’è anche chi come i dipendenti della Melegatti denunciano il mancato pagamento degli stipendi e temono il tramonto della storica avventura del pandoro veronese.
Pagare il conto
Fra le medie aziende del mobile a Nordest, dove si produce più di un terzo di tutto il fatturato del legno arredo italiano, e dove l’export ha messo le ali ai distretti della sedia di Manzano e dell’arredo del Piave, tante aziende pagano il conto degli sforzi fatti durante gli anni di crisi. Basti pensare alla Snaidero in procinto di trovare un compratore in grado di gestire la riduzione del debito accumulato nella stagione più buia del legno arredo italiano, oppure alla Sintesi di Spilimbergo al mobilificio Robur costrette a chiudere i battenti.
Ecco alcuni volti della ripresa del Nordest, che torna sì ad essere locomotiva d’Italia, ma con alcuni passeggeri rimasti in stazione. Ce la faranno? Oppure la lunga crisi è stata uno spartiacque che ha mandato avanti solo i più forti e i più innovativi? L’anno scorso il Pil nazionale è cresciuto dello 0,9%, il Triveneto ha fatto meglio aumentando la ricchezza prodotta per l’1,2%. Il boom del Nordest, al netto dei dissesti bancari, sembra una riedizione delle vecchie ricette che lo hanno reso uno dei territori più fertili d’Italia per l’impresa privata. Le migliori performance dei distretti produttivi della Penisola in otto casi su 15 segnalati dal Monitor di Intesa Sanpaolo sono filiere nordestine: il Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, l’occhialeria di Belluno, dolci e pasta del Veronese, il legno arredo, la meccanica strumentale vicentina, le materie plastiche di Padova e Treviso, la termomeccanica scaligera. Eppure questa non è una ripresa diffusa per tutti.
Globalizzazione da cavalcare
Accanto a leader di mercato come Fincantieri o Luxottica, o il caso citato del Pastificio Rana, che si spingono in grandi acquisizioni e cavalcano la globalizzazione, ci sono altrettanti esempi di aziende che stentano a riprendersi, alcune faticano, altre sono apertamente in crisi. «Se guardiamo gli indicatori forniti dai principali istituti di ricerca possiamo dire che la ripresa interessa tutti i settori del territorio. In realtà non è così», dice Diego Campagnolo, docente di strategia aziendale all’Università di Padova. E spiega: «Guardare ai settori può rivelarsi fuorviante. Ci sono aziende che vanno bene e altre che sono in panne. Le caratteristiche di questa ripresa a macchia di leopardo sono internazionalizzazione e innovazione, queste le leve dei campioni del business che hanno cavalcato la crisi».
Sul fronte dell’export, il Nordest si conferma una macchina da guerra. Nel primo trimestre il risultato complessivo delle regioni del Nordest è una crescita pari a +5,6%. «Ma vendere all’estero sfruttando magari condizioni monetarie favorevoli non basta per essere competitivi a lungo», dice Campagnolo. «Oggi l’azienda che va bene è quella che ha investito in presidi produttivi o commerciali all’estero. I mercati esteri sono diventati molto complicati, per riuscire a competere bisogna stare sul posto. Non è sufficiente spedire buoni prodotti».
Investimenti in innovazione
Il percorso di internazionalizzazione va di pari passo con gli investimenti in innovazione. «Chi ha cambiato pelle oggi corre sia in Italia che all’estero. Gli altri rischiano di soccombere». Per capire la ripresa a doppia velocità bisogna passare in rassegna gli investimenti. Le imprese tornano a scommettere sul futuro alimentando la crescita con risorse fresche; secondo i dati di Veneto Congiuntura il 54,2% sta realizzando investimenti impegnando in media il 3,2% del fatturato aziendale. Un’azienda su due è quindi in pista, le altre arrancano. Nel secondo trimestre 2017, stimano i dati di Unioncamere Veneto, la produzione industriale ha registrato un incremento del 2,6% su base annua (era +4% nel trimestre precedente).
Distinguo necessari
Anche in questo caso bisogna fare dei distinguo. Ancora una volta determinante per la crescita è stata la dinamica delle medie e grandi imprese, che hanno segnato la performance migliore pari a +2,7 per cento seguite dalle piccole e dalle micro imprese con crescite rispettivamente pari a +2,1 e +1,2 per cento. A livello di fatturato spiccano le performance del legno e mobile (+7,6%) e gomma e plastica (+4,5%) mentre risulta negativa la tendenza delle macchine elettriche ed elettroniche (-1,4%). «A fronte di segnali confortanti», afferma Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, «bisogna ricordare che siamo ancora molto lontani dai livelli produttivi pre-crisi, che temo non riusciremo mai a recuperare. Sicuramente, se l’economia si va rafforzando, lo sta facendo partendo dall’impresa e dalle sue strategie.
Ritorno agli investimenti
Tra i principali fattori di sviluppo c’è il ritorno agli investimenti da parte delle imprese che, grazie a riforme come Industria 4.0, si stanno dotando di nuove tecnologie per realizzare innovazioni di prodotto e di processo». Oggi, secondo Zoppas, «la partita della competizione non si gioca sul terreno dei prezzi più bassi, ma delle tecnologie più avanzate e del capitale umano». Ecco perché «il rilancio degli investimenti, anche nella formazione, è un passaggio obbligato per recuperare la competitività sui mercati nazionali e internazionali. Esiste, tuttavia, una massa di imprese che non hanno avuto le energie necessarie per tenersi al passo e che continuano ad avere bisogno di aiuti concreti per sopravvivere».
Progressione a ritmi diversi
Anche in Friuli Venezia Giulia la ripresa procede secondo ritmi diversi. Stando ai risultati dell’indagine trimestrale condotta dall’Ufficio Studi di Confindustria Udine, la produzione industriale, nel trimestre aprile-giugno 2017, ha infatti fatto registrare un aumento del 2,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e del 3,5% rispetto al primo trimestre del 2017, trainata soprattutto dalla siderurgia e dai distretti del mobile. «Il quadro economico dell'area della Venezia Giulia, benché inserito in un contesto di crescita, resta in chiaroscuro», commenta Sergio Razeto, presidente della Confindustria giuliana. «La più recente rilevazione regionale effettuata da Confindustria Friuli Venezia Giulia per il periodo trimestrale aprile, maggio e giugno, fotografa infatti una produzione con andamento in calo sia congiunturale sia tendenziale a Trieste, rispettivamente -4,6% e – 7,5%, mentre un congiunturale in diminuzione e un tendenziale positivo a Gorizia (– 1,8% e + 14,1%)». A livello previsionale, il terzo trimestre 2017 è atteso con un aumento della produzione per l'area di Trieste e stabile per il goriziano. La domanda interna e quella esterna sono viste come stabili dalle imprese di entrambe le provincie. Stabili anche le previsioni circa l'occupazione. Per Sergio Razeto «di fronte a questo contesto, che mostra una ripresa ancora troppo lenta e lontana dai valori pre-crisi, serve dare ulteriore

slancio, attivandosi per l'incremento della produttività e della capacità di stare sui mercati, facendo leva su: l’innovazione nella manifattura, la cosiddetta Industria 4.0, che è la principale via al futuro, la crescita dimensionale e le reti d’impresa».
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