In questa maniera, si scatena ogni volta il
fenomeno
«Certo, ed entrambe hanno le loro ragioni di essere. Il
rancore, che si giustifica soprattutto con questioni legate alla
sicurezza; i buoni sentimenti, che si manifestano con forza in casi
come questi. Ma le cose non si conciliano: ci accaniamo contro un
campo profughi e ci addoloriamo per la morte di questo giovane. Gli
uni e gli altri vengono dalla stessa storia, ma noi accettiamo di
vedere l'umanità del bosniaco solo quando c'è il sacrificio. In un
caso e nell'altro, è il nostro giudizio sull'etnia a guidarci, e
qui sta l'errore».
Sì, ma scusi: i veneti cosa c'entrano?
«C'entrano, in questo caso, in un modo esemplare, perché
alla fine diventano anche loro vittime di una discriminazione
etnica. Ma che senso ha attaccare gli abitanti di una parte
d'Italia perché è accaduto un fatto? Eppure tutti gli danno
addosso, li accomunano in un giudizio sprezzante. Quelli mossi
dalla passione dei buoni sentimenti, sfogano senza rendersi conto
un rancore che è l'opposta polarità del fenomeno. A chi si
accanisce in questi giorni contro i veneti, dico che sta
commettendo esattamente una forma di razzismo, che sta giudicando
con il metro dell'etnia, e questo è sempre un gravissimo
errore».
Mi spiega perché gli unici a difenderci, in rete, sono
stati i siciliani? Molti sono entrati nel forum per riportare il
dibattito sul tema centrale, e hanno avuto parole molto positive
per i veneti
«Ma chi, più dei siciliani, è marchiato nel mondo? Loro ci
difendono perché loro sanno quanto sia difficile convivere con un
pregiudizio: doverlo sopportare li ha fatti elevare».
Professore, ma dobbiamo offenderci o meditare?
«Dobbiamo renderci conto tutti, ma dico tutti, non il
Veneto ma ogni singola regione di questo unico paese che l'Italia,
che il fenomeno della migrazione è arrivato a un punto di svolta.
E' concluso il ciclo storico in cui lo straniero è semplicemente
una forza lavoro. Lo straniero non viene più in Italia o non ci
resta solo per lavorare, qui ha una famiglia, dei progetti di vita.
Noi questo lo dobbiamo capire e dobbiamo passare a una visione
cosmopolita della società».
Mi pare difficile, se dobbiamo partire dalla
reintegrazione dei veneti
«Non è così, è stato l'argomento a scatenare la passione e
a portare il dibattito su binari così accesi. Noi andiamo verso la
società cosmopolita e allora un buon punto di partenza può essere
quello di darsi delle regole. Ma dobbiamo cominciare a pensarci
seriamente e anche in fretta. L'integrazione completa, sociale,
oltre che auspicabile è anche inevitabile, è solo questione di
tempo. Non possiamo farci trovare impreparati».
Potremmo cominciare tagliando l'etnia
«Nel bene, e nel male. Sarà un lavoro lungo, molto faranno
le associazioni, il volontariato».
C'è una lezione che dobbiamo comunque imparare, da tutta
questa vicenda?
«Il fatto che non esiste un sud più sud degli altri, e che
ogni nord è il sud di qualcun altro».
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