"Fatture irregolari", indagini sul Gruppo Pam
Secondo le Fiamme Gialle l’evasione ammonterebbe a 680 milioni di euro
di Carlo Mion
Nell’aprile scorso il pm padovano Paolo Luca aveva chiuso l’i
ndagine «Big Screen» chiedendo il rinvio a giudizio per tredici
persone accusate di aver evaso 43 milioni di euro. In seguito a
quell’indagine è finita nei guai la Pam che secondo la Guardia di
Finanza con un giro di fatture non regolari avrebbe evaso ben 680
milioni di euro. Una cifra da capogiro.
La documentazione relativa agli accertamenti compiuti
dalla Guardia di Finanza ora dovrà arrivare alla Procura della
Repubblica di Venezia per controllare se quanto emerso durante
questa indagine corrisponde effettivamente a vera evasione.
Comunque gli uomini delle Fiamme Gialle sono sicuri di aver
ricostruito il meccanismo che ha portato all’evasione. I militari
sono arrivati alla Pam, controllata dalla famiglia veneziana
Bastianello, non credendo che le 13 persone finite nei guai nell’i
ndagini del pm Luca potessero sostenere da sole il gioco delle
fatture false. Gioco che aveva portato ad accertare un’evasione da
43 milioni di euro. Da ricordare comunque che il pagamento di
quanto evaso, in tutti i casi, va concordato tra l’evasore e l’A
genzia delle Entrate. Ed è capitato anche in passato che non tutto
di quanto veniva contestato è stato accertato definitivamente. E al
momento della contestazione scendono in campo i migliori
«tributaristi». E’ immaginabile che succederà lo stesso anche in
questo caso, considerata la cifra. Se naturalmente verrà confermata
in toto.
L’operazione all’epoca chiamata Big Screen vide trentuno persone
indagate, delle quali undici vennero arrestate. Era il marzo 2006.
Per tredici venne chiesto il rinvio a giudizio, chiamate a
rispondere, a vario titolo, di associazione a delinquere
finalizzata a una frode fiscale di circa 43 milioni di euro
sottratti all’Erario. Complesso il meccanismo truffaldino messo a
punto e noto come «frode carosello». Una frode che si sviluppa
attraverso l’esecuzione di una serie di operazioni commerciali
intracomunitarie a catena con la fittizia frapposizione di una o
più società di comodo, le cosiddette «cartiere», destinate a
sopravvivere non più di otto, dieci mesi con sedi in realtà vuote.
Società, queste ultime, il cui compito, in qualità di prime
importatrici, è quello di accollarsi l’onere fiscale del versamento
dell’imposta senza mai assolverlo: nel caso di cessioni del
prodotto importato dalle cartiere, infatti, risulta impossibile
individuare a chi spetta pagare l’Iva, dato che al vertice dei
queste società figurano dei prestanome. La frode riguardava il
commercio di prodotti tecnologici: cellulari e televisori al
plasma.
(12 novembre 2009)