Fatture irregolari, indagini su Pam
Secondo le Fiamme Gialle l’evasione ammonterebbe a 680 milioni di euro
Nell’aprile scorso il pm padovano Paolo Luca aveva chiuso l’4
indagine «Big Screen» chiedendo il rinvio a giudizio per tredici
persone accusate di aver evaso 43 milioni di euro. In seguito a
quell’indagine è finita nei guai la Pam che secondo la Guardia di
Finanza con un giro di fatture non regolari avrebbe evaso ben 680
milioni di euro. Una cifra da capogiro.
La documentazione relativa agli accertamenti compiuti dalla Guardia
di Finanza ora dovrà arrivare alla Procura della Repubblica di
Venezia per controllare se quanto emerso durante questa indagine
corrisponde effettivamente a vera evasione. Comunque gli uomini
delle Fiamme Gialle sono sicuri di aver ricostruito il meccanismo
che ha portato all’evasione. I militari sono arrivati alla Pam,
controllata dalla famiglia veneziana Bastianello, non credendo che
le 13 persone finite nei guai nell’indagini del pm Luca potessero
sostenere da sole il gioco delle fatture false. Gioco che aveva
portato ad accertare un’evasione da 43 milioni di euro. Da
ricordare comunque che il pagamento di quanto evaso, in tutti i
casi, va concordato tra l’evasore e l’Agenzia delle Entrate. Ed è
capitato anche in passato che non tutto di quanto veniva contestato
è stato accertato definitivamente. E al momento della contestazione
scendono in campo i migliori «tributaristi». E’ immaginabile che
succederà lo stesso anche in questo caso, considerata la cifra. Se
naturalmente verrà confermata in toto.
L’operazione all’epoca chiamata Big Screen vide trentuno persone
indagate, delle quali undici vennero arrestate. Era il marzo 2006.
Per tredici venne chiesto il rinvio a giudizio, chiamate a
rispondere, a vario titolo, di associazione a delinquere
finalizzata a una frode fiscale di circa 43 milioni di euro
sottratti all’Erario. Complesso il meccanismo truffaldino messo a
punto e noto come «frode carosello». Una frode che si sviluppa
attraverso l’esecuzione di una serie di operazioni commerciali
intracomunitarie a catena con la fittizia frapposizione di una o
più società di comodo, le cosiddette «cartiere», destinate a
sopravvivere non più di otto, dieci mesi con sedi in realtà vuote.
Società, queste ultime, il cui compito, in qualità di prime
importatrici, è quello di accollarsi l’onere fiscale del versamento
dell’imposta senza mai assolverlo: nel caso di cessioni del
prodotto importato dalle cartiere, infatti, risulta impossibile
individuare a chi spetta pagare l’Iva, dato che al vertice dei
queste società figurano dei prestanome. La frode riguardava il
commercio di prodotti tecnologici: cellulari e televisori al
plasma.
(11 novembre 2009)