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lunedì 22.03.2010 ore 11.39
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Fanny Ardant, sulla passerella
il fascino stanco degli eroi sbagliati

Tra polemiche e manifestazioni di protesta, l'attrice francese è arrivata al Lido per accompagnare il film 'L'ora di punta' di Vincenzo Marra
di Enrico Tantucci
Fanny Ardant fa l'attrice e viene da Parigi: perciò non parla, sospira. Si può immaginare allora sia uscita da un sospiro, nel caldo di agosto, anche la frase che ha avvelenato la vigilia della Mostra, e che ieri - per salutare la sua presenza - ha portato al Lido una ventina di manifestanti di Azione Giovani con un volantino che la definiva «indesiderata» elencando tutte le vittime del terrorismo in Italia, e uno striscione, «Padova ricorda Mazzola e Giralucci», che non è riuscito a varcare la zona passerella. «Renato Curcio è un eroe» per la signora, che ama «la libertà di espressione», che ricorda «quel periodo coinvolgente e passionale», che butta sale su ferite mai rimarginate e rimedia con scuse che appaiono poco sentite: «sono un'attrice, non un politico». Invitata da una parte delle istituzioni regionali a tenersi alla larga dal Lido, giudicata «sciocca», querelata dal figlio di una delle vittime del suo eroe, arriva al Lido per accompagnare un brutto film (L'ora di punta di Vincenzo Marra) e non ritratta nella sostanza. Troverà nella notte, in albergo, una richiesta dell'onorevole Filippo Ascierto, di An: «Venga a Padova a portare un fiore sulla tomba di Mazzola e Giralucci»; ma lei, che pure in un'intervista si dice disponibile a incontrare la famiglia, non scioglie la riserva e con aria svagata a chi le riporta le parole di Ascierto e le chiede se andrà a Padova, preferisce rilasciare un autografo pensando che solo questo si possa desiderare da una diva, quando si ha in mano una penna e un taccuino.

Camicetta bianca, gonna e golfino neri, sul volto ancora evidenti le tracce del fascino che ammaliò Truffaut e che adesso ripiega su Michele Lastella. Lo sguardo fiammeggia, la giornata è dura: deve difendersi in contemporanea dell'attacco al film (non fa piacere a un'attrice, meno che mai a una signora, sapere che la sua scena di sesso è stata accolta da corali risate) e dagli strascichi della polemica. Sul primo fronte è una strategia di maniera («amo molto questo film»), sul secondo si appella alla «libertà di espressione, che è segno di una società ricca e sana», non sembra provare imbarazzi, cerca semmai di tagliare corto «sono qui per difendere un film in cui credo, non per parlare di terrorismo». Per essere più chiara: «Sono un'attrice del Festival di Venezia, non mi aspettavo le polemiche anche se non mi dispiacciono, sono sane. La mia era un'opinione personale, non certo una posizione politica e non volevo ferire i famigliari delle vittime». Di questi fatti, dice, «non sono un'esperta». Ciò di cui la signora Ardant non è esperta, ma che le evoca in ogni caso «passione e coinvolgimento», è un capitolo di storia che ha avvelenato (e a sprazzi ancora oggi avvelena) l'Italia. E' un irrimediabile cimitero che attraversa tutto il Paese e che nelle sole nostre province è costato il sangue di sei persone. Dovrebbe fare un ripasso: Padova, 17 giugno 1974: Graziano Giralucci, agente di commercio, 30 anni e Giuseppe Mazzola, pensionato, 60 anni, entrambi militanti del Msi; Padova, 4 settembre 1975: Antonio Niedda, 32 anni, appuntato della Polizia stradale; Mestre, 29 gennaio 1980: Sergio Gori, 48 anni, vicedirettore del Petrolchimico; Mestre, 12 maggio 1980: Alfredo Albanese, 33 anni, vicequestore di polizia; Mestre, 5 luglio 1981: Giuseppe Taliercio, 54 anni, direttore del Petrolchimico. Ad alcuni è rimasto un parco pubblico o uno stadio che porta il loro nome, ad altri un importante anche se tardivo riconoscimento dello status di vittima; tutti hanno lasciato vedove e figli, taluni così piccoli all'epoca da non poter avere nemmeno la consolazione di un ricordo.



A chi le chiedeva, in queste settimane, se non avesse paura a venire in Italia dopo le polemiche, Fanny Ardant ha sospirato un «no»: chi pensa in libertà deve, a suo avviso, essere recepito con altrettanta libertà di vedute. Non c'è tensione in effetti; piuttosto imbarazzo, ed è quasi peggio perché la tensione si stempera ma l'imbarazzo si attacca alla pelle. Servono acrobazie per districarsi dal groviglio di stupore e dolore provocato dalle sue sventate parole. Ci riesce il ministro Francesco Rutelli: «Sono in completo disaccordo con le dichiarazioni della signora Fanny Ardant, ma in questo paese c'è la libertà d'espressione: anche per chi critica la signora Ardant». Prende le distanze, spegne la polemica.

(07 settembre 2007)
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