Fatale il ritardo nei soccorsi muore d’infarto in montagna
Il malore durante un’escursione in val Montanaia. Il ragazzo ha corso 13 chilometri per cercare aiuto perché il suo telefonino non prendeva
Colpito da un malore che non gli ha lasciato scampo mentre, assieme
al figlio diciottenne, rientrava da un’escursione in val Montanaia,
nel Friuli. E’ morto così, ieri, colpito da un infarto, Alberto
Benedetti, 62 anni, veneziano. L’allarme, scattato attorno alle 14,
quando al 118 è giunta una richiesta d’intervento per una persona
colpita da malore nei boschi sopra Cimolais. Oltre a inviare l’a
mbulanza in postazione proprio a Cimolais, da Udine stato fatto
alzare in volo l’elisoccorso. Ma il velivolo ha dovuto battere in
ritirata a causa della nebbia. A quel punto, si sono attivati i
volontari del Soccorso alpino della Valcellina. A nulla, purtroppo,
sono però valsi i tentativi di rianimare il sessantaduenne
veneziano.
Raggiunti anche dai carabinieri della stazione di Cimolais e
ottenuto il nulla osta dal magistrato di turno, gli alpinisti del
Cai hanno quindi rimosso e portato a valle la salma, composta nel
camposanto del paese.
Secondo quanto ricostruito, Alberto Benedetti e il figlio Gianluca
erano partiti ieri mattina presto da Venezia per fare un’escursione
fino al Campanile di Val Montanaia. Appassionato di montagna, non
si era fatti intimorire da un vago malessere avvertito già in
mattinata, tanto che padre e figlio avevano effettuato tutto il
giro prestabilito senza alcun intoppo. Si arriva così alle 14,
quando i due escursionisti stavano per raggiungere il rifugio
Pordenone.
E’ stato in quella zona che Alberto Benedetti ha iniziato a
lamentare un forte capogiro. Nemmeno il tempo rendersi conto del
suo malessere, che si è accasciato a terra ed ha perso conoscenza.
A quel punto, il figlio Gianluca ha chiamato i numeri di soccorso
con il telefonino, ma in quell’area non c’è campo nemmeno per le
chiamate d’emergenza. Vista la situazione disperata, non gli è
rimasto altro che correre. Correre quanto più veloce possibile per
trovare una zona dove il cellulare funzionasse, per trovare
qualcuno che lo aiutasse. Arrivato al rifugio Pordenone, l’ha
trovato chiuso e deserto. Ed ha ricominciato a correre, ignaro che
all’esterno della struttura, era stato di recente installato un
telefono proprio per lanciare gli Sos. Ma lui non poteva saperlo. E
ha fatto quasi 13 chilometri, prima di incrociare un altro
escursionista. Quest’ultimo l’ha caricato in macchina e l’ha
portato quei 3-4 chilometri più a valle dove il segnale telefonico
riprende. A correre, da quel momento, sono stati i soccorritori, ma
l’epilogo è stato purtroppo il peggiore. Per Alberto Benedetti era
ormai troppo tardi.
(30 novembre 2009)