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martedì 09.02.2010 ore 19.29
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Fatale il ritardo nei soccorsi muore d’infarto in montagna

Il malore durante un’escursione in val Montanaia. Il ragazzo ha corso 13 chilometri per cercare aiuto perché il suo telefonino non prendeva
Colpito da un malore che non gli ha lasciato scampo mentre, assieme al figlio diciottenne, rientrava da un’escursione in val Montanaia, nel Friuli. E’ morto così, ieri, colpito da un infarto, Alberto Benedetti, 62 anni, veneziano. L’allarme, scattato attorno alle 14, quando al 118 è giunta una richiesta d’intervento per una persona colpita da malore nei boschi sopra Cimolais. Oltre a inviare l’a mbulanza in postazione proprio a Cimolais, da Udine stato fatto alzare in volo l’elisoccorso. Ma il velivolo ha dovuto battere in ritirata a causa della nebbia. A quel punto, si sono attivati i volontari del Soccorso alpino della Valcellina. A nulla, purtroppo, sono però valsi i tentativi di rianimare il sessantaduenne veneziano.

Raggiunti anche dai carabinieri della stazione di Cimolais e ottenuto il nulla osta dal magistrato di turno, gli alpinisti del Cai hanno quindi rimosso e portato a valle la salma, composta nel camposanto del paese.

Secondo quanto ricostruito, Alberto Benedetti e il figlio Gianluca erano partiti ieri mattina presto da Venezia per fare un’escursione fino al Campanile di Val Montanaia. Appassionato di montagna, non si era fatti intimorire da un vago malessere avvertito già in mattinata, tanto che padre e figlio avevano effettuato tutto il giro prestabilito senza alcun intoppo. Si arriva così alle 14, quando i due escursionisti stavano per raggiungere il rifugio Pordenone.

E’ stato in quella zona che Alberto Benedetti ha iniziato a lamentare un forte capogiro. Nemmeno il tempo rendersi conto del suo malessere, che si è accasciato a terra ed ha perso conoscenza. A quel punto, il figlio Gianluca ha chiamato i numeri di soccorso con il telefonino, ma in quell’area non c’è campo nemmeno per le chiamate d’emergenza. Vista la situazione disperata, non gli è rimasto altro che correre. Correre quanto più veloce possibile per trovare una zona dove il cellulare funzionasse, per trovare qualcuno che lo aiutasse. Arrivato al rifugio Pordenone, l’ha trovato chiuso e deserto. Ed ha ricominciato a correre, ignaro che all’esterno della struttura, era stato di recente installato un telefono proprio per lanciare gli Sos. Ma lui non poteva saperlo. E ha fatto quasi 13 chilometri, prima di incrociare un altro escursionista. Quest’ultimo l’ha caricato in macchina e l’ha portato quei 3-4 chilometri più a valle dove il segnale telefonico riprende. A correre, da quel momento, sono stati i soccorritori, ma l’epilogo è stato purtroppo il peggiore. Per Alberto Benedetti era ormai troppo tardi.
(30 novembre 2009)
 
 
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