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mercoledì 10.02.2010 ore 01.48
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Non affoghi nella solitudine

Le vere odissee del nostro tempo - non quelle così chiamate, abusandone, per enfasi e scarsa fantasia, per diffusa propensione a guardarsi l'ombelico, tipo le «odissee» dei vacanzieri - bensì quelle autentiche, le odissee che iniziano in luoghi segnati davvero dalle peripezie violente della Storia, ci sbattono in faccia sempre più spesso episodi di terribile intensità. Domenica mattina, a Cortellazzo, alla foce del Piave, è avvenuto qualcosa del genere
di Gianfranco Bettin
Due bambini trevigiani, per l'irresponsabilità di qualcuno, o forse per fatalità, vengono ghermiti dal gioco delle correnti e rischiano di annegare. Li salvano un marocchino e un bosniaco. Erano lì, i due extracomunitari, a godersi la domenica, a sfuggire alla morsa del caldo, come tanti. Tra tutti, sono i primi, o forse gli unici, a intervenire. Il bosniaco, Dragan, salta in acqua, che in quel punto è infida. Dragan non sa neanche nuotare, però ha due figli della stessa età di quelli in mortale pericolo. Sono in Bosnia, come sua moglie. Dragan non li vede da molti mesi, perché è in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno e se va a casa sa bene che - con le leggi attuali - rischia di non poter tornare a lavorare a San Martino di Lupari. Forse rivede quei figli lontani nei due bimbi in pericolo. I bambini in pericolo, infatti, si somigliano tutti, perché sono ciò che più rappresenta l'essenza del nostro essere umani, del nostro essere piccoli, fragili, perduti nel gorgo del destino e nelle onde della storia.

Dragan vede i suoi figli, e vede i due piccoli trevigiani, e vede se stesso nel fato violento che tutti ci guata. Vede la vita, la tenerezza, la speranza messe a mortale repentaglio. E si butta, agisce, anche se non sa nuotare. Era andato al mare per fuggire l'afa e la fatica quotidiana, ma a quante cose ben peggiori non era già sfuggito nella sua vita pur breve? La guerra lo aveva reso orfano giovanissimo. Orfano anche di un paese e di un futuro. Ma si era ricostruito una famiglia e aveva cercato altrove, qui, una prospettiva. Tutto questo, di colpo, gli vortica davanti agli occhi, e dentro, e lo vede in quei giochi voraci di marea, tra l'Adriatico e il Piave. Così si butta, pur non sapendo nuotare. Salva i bambini e - qui possiamo solo immaginare - sarà stato felice di vederli raggiungere le mani che dagli scogli e dal pontile li accolgono. Felice e stremato, e poi raggiunto a sua volta dalle onde, portato via. La sua morte colpisce tutti per il contrasto tra il suo eroismo generoso e quella che era sembrata l'indifferenza di chi si era giovato del suo sacrificio. Le reazioni lo dimostrano, quelle ufficiali, e quelle di tanta gente comune (basta visitare il nuovo sito di questo giornale per verificarlo).

Alla fine, anche i genitori dei bambini salvati intervengono, e raccontano un'altra verità. La verità dapprima raccontata, per quanto agghiacciante, era purtroppo credibile: non passa giorno, infatti, senza che non si dimostri indifferenza verso la sorte di troppi immigrati, anche di fronte alle loro tragedie. E' ancora fresco il ricordo dei gitanti che sospendono le loro odissee da tinello per fotografare indifferenti o commentare cinici la morte dei clandestini iracheni esposti sulla tangenziale di Mestre. Non sappiamo bene come sia andata a Cortellazzo. Ma adesso vogliamo credere ai genitori, qualunque sia la verità. E' un regalo che vogliamo fare a Dragan, e anche a tutti noi, immaginandoci capaci di non lasciarlo affogare, oltre che tra le onde, dentro un'infinita disumana solitudine.

(24 luglio 2007)
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