Padre responsabile, un bravo marito. Ma qui in Italia era
soprattutto un immigrato extracomunitario che viveva da sette anni
alle prese con le leggi per il soggiorno. «Da più di sei mesi
attendeva il rinnovo del permesso di soggiorno - racconta il
cognato Sveto - andava e veniva dall'internet cafè per verificare
le liste pubblicate on line di extracomunitari al quale è stato
accordato. Senza di quello non poteva tornare a vedere i suoi figli
in Bosnia. Perché c'era il rischio che senza i documenti regolari
non potesse più rientrare in Italia, e per la sua famiglia
sarebbero stati seri problemi visto che lui era la loro unica fonte
di reddito. Ora non so come faranno».
«Ha sempre lavorato nei cantieri della provincia di Padova come
muratore - continua il cognato - negli ultimi tempi aveva cambiato
ditta di riferimento e si era messo a lavorare per una srl di Onara
perché nella precedente di San Martino di Lupari non si trovava
bene. Il suo nuovo titolare invece lo aveva preso in buon occhio e
aveva aiutato molto tutta la nostra famiglia. A Dragan piaceva
lavorare e amava l'Italia, anche se soffriva del non poter vedere
la sua famiglia. Con i colleghi non aveva mai avuto problemi perché
era un gran lavoratore. Ogni tanto lo trovavo malinconico a
guardare le foto dei suoi figli. Ora non sappiamo cosa raccontare
alla moglie. Con che parole glielo possiamo dire?».
La sua vita era già stata pesantemente mutilata negli affetti fin
dalla giovinezza, quando lui e sua sorella Zurica erano rimasti
orfani di entrambi i genitori, vittime delle atrocità della guerra
che sconvolse la Bosnia Erzegovina tra il 1992 e il 1995. «Da
allora siamo rimasti soli - racconta tra le lacrime la sorella - e
siamo sempre rimasti uniti. Era il mio punto di riferimento, tanto
che quando sono venuta in Italia lo abbiamo chiamato a vivere con
me e mio marito». Il pianto la travolge; qualcuno le offre un
bicchiere d'acqua, lei scuote la testa, lo sguardo nel vuoto.
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