Il museo dove la storia si può toccare

A Chiusaforte di Udine il progetto di un gruppo di professionisti veneziani restituisce nuova vita al Forte tra oggetti e luoghi che raccontano la Grande Guerra

    di Silvia Zanardi

    CHIUSAFORTE. Lassù morirono due milioni di ragazzi. Di loro, oggi, restano solo elmetti, baionette, cesoie, bombe a mano, scudi di trincea, borracce, brandelli di divise. Null'altro che un ammasso di “cose” rovinate, arrugginite, sporche e consumate dal tempo nella speranza di ricordare, un giorno, il passaggio di tanti giovani soldati spediti a combattere.

    A Chiusaforte di Udine, questi oggetti si toccano come fossero giocattoli, si annusano e si guardano da vicino per risvegliare, dall'alto di uno sperone di roccia che domina il fiume Fella, la quotidianità della Grande Guerra. Il gruppo di architetti veneziani che ha restaurato e trasformato il Forte Col Badin in un moderno museo della prima guerra mondiale, non ha mai pensato ad altro modo per raccontare il dramma di tante vite spezzate fra quei sentieri e quelle valli. Nel Forte, una delle prime roccaforti a confrontarsi con l’avanzata dell’esercito austriaco dopo la disfatta di Caporetto, lo “Studio C and C architettura ingegneria srl” di Venezia ha progettato e realizzato, con il finanziamento della Regione Friuli Venezia Giulia, il Museo della Grande Guerra in Montagna, inaugurato il 27 luglio.

    È un museo per chi vorrà studiare il primo conflitto mondiale dalla prospettiva di un piccolo territorio dominato dalle montagne, dove si affrontarono soldati provenienti da regioni europee molto distanti fra loro. A differenza di tanti altri musei dedicati alla Grande Guerra, il progetto dei veneziani permette ai visitatori di toccare con mano la maggior parte degli oggetti esposti, rinvenuti nelle valli e lasciati così com'erano. Si tocca di tutto, si guardano fotografie, mappe geografiche, e si ascolta: nel percorso ci sono anche due stanze sonore con poesie e ricordi recitati nelle diverse lingue di chi si affrontò in questi luoghi. Il museo di Chiusaforte è uno dei pochi che permette di osservare i reperti storici in un edificio bellico coevo.

    «All’inizio del restauro il Forte era un'architettura tetra, corrosa dal tempo. Era l’immagine speculare del conflitto:sembrava dovesse durare pochi mesi e portare una facile vittoria grazie alle armi innovative prodotte su scala industriale» spiega il titolare dello “Studio C and C”, Fulvio Caputo. «Durò anni e si trasformò in una battaglia quotidiana nel fango delle trincee. Il nostro lavoro ha voluto ricordare questo aspetto: la miseria, il degrado, la consunzione, e la persistente vicinanza della morte».

    In linea con questo obiettivo, i veneziani hanno scelto di intervenire sull’architettura in misura minima, per consentire ai visitatori di “leggere” le labili tracce dei vecchi impianti, delle pavimentazioni, dei rivestimenti del Forte. La visita all’architettura rimane perciò un percorso aspro, fatto di passaggi disagevoli e di ambienti umidi e freddi. «Per questo museo non esistono 650 mila caduti italiani e 1.350 mila austro-ungarici, ma due milioni di vittime» chiude Caputo. «In questo territorio, la Val Raccolana e la Val Dogna erano italiane, ma la Val Rio del Lago apparteneva all'Austria-Ungheria. Qui, prima del conflitto, italiani e austriaci si incontravano, corteggiavano le ragazze e bevevano assieme. Qui, poi, siamo morti combattendo, ma non siamo morti l'un contro l'altro: la memoria, e quindi questo museo, ci dice che siamo morti assieme».

    01 agosto 2012
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