Il disastro della Costa Concordia imprime un’accelerazione al dibattito Il ministro all’Ambiente rilancia l’idea del porto off shore per le crociere
di Alberto Vitucci
«Le grandi navi fuori dalla laguna? A questo punto è inevitabile». Appena montato sull’aereo della Capitaneria di porto per sorvolare la Costa Concordia, affondata davanti all’isola del Giglio, il ministro per l’Ambiente Corrado Clini rilancia il suo progetto del porto off-shore per le navi da crociera. «Sarò a Venezia il 26», annuncia, «e spero che per quel giorno ci siano sul tavolo le soluzioni alternative di cui abbiamo parlato in questi mesi». Un segnale forte, che molti hanno apprezzato. Clini aveva subito annunciato, pochi giorni la sua nomina a ministro, la volontà di allontanare come i petroli anche le grandi navi da San Marco. Adesso, dopo la tragedia della Costa, rilancia. «Dobbiamo pensare a percorsi alternativi», dice, «non si possono gestire queste navi, che non hanno nemmeno il doppio scafo, come fossero dei vaporetti». Il ministro che si occupa da decenni di salvaguardia – fu come dirigente dell’Ambiente tra i promotori del progetto per estromettere le petroliere dalla laguna – annuncia che a breve dovranno essere assunti provvedimenti drastici, a tutela delle zone a rischio, laguna compresa. «Se non sbaglio c’è una commissione Comune-Porto al lavoro sul progetto dell’off shore. Bisogna andare avanti su quella strada. Prima era giusto, adesso è inevitabile»
Il dibattito riprende quota dopo la tragedia. E’ successo quello che nessuno immaginava. La grande nave «sicura», con sistemi di guida modernissimi, che va a fondo dopo aver urtato uno scoglio. 4300 persone da evacuare nell’emergenza, panico e danno ambientale in arrivo. Se succedesse in laguna? «Qui non può succedere, ci sono i rimorchiatori e le navi viaggiano come su due binari, i canali, con a lato non gli scogli ma il fondo sabbioso», assicura il presidente di Venezia terminal passeggeri Alessandro Trevisanato. Il presidente della Regione, Luca Zaia, scende dal motoscafo che lo sta portando in Prefettura a incontrare la commissione Ambiente del Senato. Accolto dagli striscioni e dagli slogan del Comitato «No Grandi navi», a bordo di due sandoli a remi e una barchetta a motore. «Hanno ragione, hanno ragione», si scalda Zaia, «io lo dico da un bel po’: è orribile vedere questi condomini galleggianti che passano a pochi metri da San Marco. Ma scherziamo? Venezia è molto più di una riserva naturale di pregio. I transatlantici in bacino San Marco sono pericolosi, dobbiamo cercare itinerari alternativi, accogliere la proposta del ministro Clini. Anche sugli aerei nessuno pensava alle cabine blindate prima dell’11 settembre». Via le navi, dunque. Lo dice anche il sindaco Giorgio Orsoni. Che pure invita a riflettere sui riflessi economici delle decisioni. Era stato proprio il sindaco Orsoni a rilanciare l’allarme, qualche settimana fa. «Basta grandi in bacino, bisogna trovare un’alternativa, mandiamole a Marghera». Ma a stretto giro di posta era arrivato il «no» dell’Autorità portuale e di Paolo Costa. Che anche nei giorni scorsi ha tranquillizzato sulla sicurezza delle grandi navi. Smentendo gli studi diffusi dai comitati. Un nuovo studio affidato all’Università Ca’ Foscari sarà diffuso nei prossimi giorni. Si parla della quantità di fumi allo zolfo emessa dai camini, che secondo gli studiosi sarebbe «molto inferiore» alle quantità stimate dai comitati. Da ridimensionare, secondo il Porto, anche i danni prodotti dalle eliche e dagli spostamenti d’acqua dei bestioni del mare, 130 mila tonnellate di stazza. Qualche anno fa uno studio del Porto aveva definito il moto ondoso dei taxi «più rilevante di quello prodotto dalle navi». Uno studio alternativo del Cnr aveva invece dimostrato come i danni siano procurati dagli spostamenti d’acqua anche nei canali limitrofi dopo il passaggio delle navi. Rive e case che tremano al passaggio delle navi. Ora, oltre ai danni, c’è il grande rischio. E se succedesse a Venezia?
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