Quei veneziani “desaparecidos” nei lager nazisti

Per 60 anni un segreto terribile combattuto da un uomo solo. Ecco i primi nomi

    di UGO DINELLO

    Storia bellissima: un uomo che combatte da solo un sistema mostruoso e lo sconfigge. Storia atroce: una Patria “non riconoscente” verso chi è morto per restarle fedele e che insabbia tutto con uno dei segreti più lunghi e terribili della storia repubblicana. Comunque la giriate, però, quella dei 710 mila italiani rastrellati dai fascisti e nazisti e internati nei campi di concentramento del Reich all’indomani dell’8 settembre, è la storia di uomini e donne che sono morti per il loro pensiero o religione, oppure per essersi rifiutati di tradire l’Italia in cui credevano. Molti soldati di fronte alla prospettiva di tradire la parola e aver salva la vita, oppure di rischiare tutto pur di restare fedeli a un ideale, preferirono affrontare i campi di concentramento e in moltissimi casi la morte per non voltare le spalle alla loro Patria.

    La stessa che per 60 anni li ha traditi, impedendo ai loro cari di sapere come erano morti e perché, dove erano sepolti, di poggiare un fiore sulla loro tomba o di fare tornare a casa le spoglie. Un calcolo politico ignobile che il 9 gennaio del 1951 portò alla legge 204 che recita: “Le salme sistemate nei cimiteri militari non possono più essere restituite ai congiunti”. Il motivo era semplice: 2 anni prima il governo aveva firmato l’entrata nella Nato e si temeva che il rientro delle salme alimentasse la propaganda pacifista.

    «Questa è la cosa che mi ha fatto più male», sospira Roberto Zamboni. E’ lui che 18 anni fa aveva deciso di capire che fine aveva fatto suo zio Luciano. In famiglia si sapeva solo che era «Caduto in guerra» come recitava il telegramma del ministero. «E’ quello che hanno saputo tutti: “Caduto in guerra” o “Disperso”. Ma non era vero». Dopo 10 anni di sforzi in cui ha impegnato ogni momento libero, la scoperta: Luciano era stato fermato dalla Brigate Nere, consegnato alle Ss e mandato a morire come “prigioniero politico” nel campo di concentramento di Flossenburg, per essersi rifiutato di servire ancora lo stato fantoccio creato dai nazisti nel Nord Italia. «Lui e gli altri internati sono stati italiani che non hanno tradito, hanno fatto la scelta più difficile nella convinzione che fosse quella migliore per la Patria, pagando con la vita e una morte atroce», spiega Zamboni, «eppure per calcolo politico sono stati volutamente dimenticati, la loro sorte è stata taciuta, impedito anche onorarne la memoria. Invece per me non ha importanza quale fosse la loro divisa, quale religione professassero o quali idee politiche avessero: quando penso a loro, riesco a vedere solo le loro madri che non hanno nemmeno potuto mettere un fiore sulla loro tomba».

    Un mistero talmente ben conservato, un muro di gomma talmente ramificato che per poterlo scardinare Zamboni si è dovuto rivolgere all’Archivio Vaticano e alle organizzazioni internazionali con un lavoro certosino: la raccolta di centinaia di informazioni che hanno permesso di ricostruire la storia dello zio Luciano. «Poi mi sono reso conto che nella stessa situazione della mia famiglia ce n’erano moltissime altre - racconta - e che non sarebbe stato giusto non spiegare loro come fare per potere riavere la memoria dei propri cari».

    Così ha creato un sito (“Dimenticati di Stato” all’indirizzo www.robertozamboni.com) e in molti, prima singoli, poi decine e centinaia, si sono rivolti a lui, che, in modo totalmente gratuito, li ha aiutati. Tra loro anche Savino Pezzotta, l’ex segretario della Cisl il cui padre era disperso e di cui Zamboni ha ritrovato la tomba e la storia. In questi anni ha dato un nome e una storia a 17 mila italiani “dimenticati di Stato” e ha contribuito a far restaurare i cimiteri in cui erano stati tumulati, spesso mal tenuti e in stato di semi abbandono. Ma soprattutto ha contribuito a fare abrogare la “legge della vergogna”, la 204/51, con una campagna incessante sfociata nella legge 365 del 1999 che ripristinava il permesso di rimpatriare le salme dei caduti.

    Migliaia di storie, di resti, di sogni mai realizzati, di promesse mai mantenute, di amori mai coronati, di lacrime versate sono tornati a riposare nella propria terra. Ma i nomi dei “dimenticati” continuano a riaffiorare: altri 285 sono quelli della nostra provincia. Che Zamboni e La Nuova hanno deciso di rendere noti. Perché ogni famiglia possa finalmente posare un fiore.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    06 gennaio 2012

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