Intervista all’attrice che dal 14 al 18 dicembre a Venezia sarà “La signorina Giulia” per la regia di Valter Malosti
VENEZIA. Sarà al Goldoni dal 14 al 18 dicembre Valeria Solarino nei panni della protagonista de “La signorina Giulia”, forse uno dei testi più complessi di August Strindberg, che destò scandalo al punto che, nel 1888, l'autore se ne vide rifiutare la pubblicazione.
La versione proposta sul palcoscenico veneziano è quella di Valter Malosti, che, oltre a curare la regia, recita pure nel ruolo di Giovanni, il servitore, cioè l'unico interprete maschile. Nel testo di Strindberg da un lato si aprono, sul filo di rapporti gestiti sull'orlo del psicopatologico, prospettive per una rottura di schemi e convenzioni sociali, dall'altro si consuma un altro capitolo dell’eterno scontro fra uomo e donna, alle prese con l'aspirazione ad una impossibile felicità, una costante nei lavori teatrali dell'autore svedese.
Particolare inedito, per la maggioranza: diversamente da alcuni suoi colleghi, che arrivano sul palcoscenico sulla spinta di una notorietà conquistata sul piccolo o grande schermo, Valeria Solarino, per cui “La signorina Giulia” rappresenta quasi un vero e proprio debutto in prosa, prima della ormai lunga serie di successi cinematografici aveva frequentato la Scuola per attori del Teatro Stabile di Torino.
«Da ragazza mi vedevo seriamente soltanto come attrice di teatro e mi ero preparata con grande impegno per fare quel mestiere. Tant'è che, dopo la scuola, ho pure recitato in uno spettacolo diretta da Gabriele Vacis, “Epifanie”, dove vestivo i panni di un'attrice - spiega Valeria - le occasioni e le opportunità di carriera, invece, mi hanno indirizzata verso il cinema. Ma l’amore per le tavole del palcoscenico è rimasto. Così quando Malosti mi ha offerto quest'opportunità a Torino, nella mia città, mi sono resa conto che non potevo rifiutare”.
Ovviamente, dopo la notorietà acquisita sul grande schermo, Valeria Solarino non poteva che tornare sul palcoscenico con un ruolo da protagonista. «Certo, è vero che a teatro e al cinema un attore deve usare linguaggi diversi, basti pensare che mentre al cinema il pubblico ti vede negli occhi, a teatro bisogna amplificare altri mezzi espressivi per far pervenire al pubblico sensazioni ed emozioni - prosegue Valeria - d'altra parte a teatro non si è come al cinema, dove si sta sul set solo per il numero di pose necessarie: una compagnia teatrale è un gruppo, una comunità, una famiglia all’interno della quale, sera dopo sera, si instaurano legami forti. Certo, mi ha aiutato tantissimo fare la protagonista in un contesto di questo genere. E poi non credo che esistano interpreti per il cinema, il teatro o la televisione. Ogni esperienza recitativa arricchisce e aiuta a crescere».
A proposito di televisione, nei prossimi mesi la vedremo protagonista di una fiction televisiva, “Anita”, dedicata alla giovane moglie sudamericana di Giuseppe Garibaldi, morta a nemmeno trent'anni. «E' stato al tempo stesso bello ed emozionante, per motivi diversi - conclude l’attrice - sia perché il ruolo mi vede impegnata in scene d'azione, per cui sono spesso anche a cavallo, sia per il personaggio di Anita mossa, giovanissima, da prospettive veramente di respiro universale. A chi le chiedeva di smettere di combattere per il bene dei propri figli, rispondeva che intendeva continuare a lottare per i suoi ideali anche per il loro futuro».
Giuseppe Barbanti