Il segretario: «Se non crede alla Padania allora non rientra nel progetto della Lega, tiri le conclusioni»
VENEZIA
In Italia siamo tutti dottori, mancava solo Gian Paolo Gobbo ma ieri la lacuna è stata colmata. «Ringraziamo il dottor Gobbo», l’ha salutato Klaus Davi alla fine di 4 minuti e mezzo di un’intervista on-line, dedicata all’ennesimo modo scoperto dalla Lega veneta di farsi del male: dichiarare eretico Flavio Tosi, il leghista veneto più famoso dopo Luca Zaia (www.youtube/klauscondicio). La risposta del Gianpa non si sente, perché il sonoro è tagliato, ma supponiamo che sia stata una sghignazzata: Gobbo viene da una cultura popolare, pochi politici sono meno formali di lui. Ma oggi veste i panni del sommo sacerdote del leghismo e si capisce bene dove vanno a parare i suoi discorsi: nella costruzione di una rampa di lancio per espellere dal movimento il sindaco di Verona. Nessuna novità rispetto alle epurazioni che il movimento ha vissuto in vent’anni, sempre decise dalla dirigenza con metodi stalinisti e prove fabbricate a tavolino. Non è cambiato molto dal medioevo, quando gli eretici venivano distrutti con processi a senso unico. Manca solo il rogo, che non è poco. Bossi invecchia male, ma il Veneto ancora peggio: sempre asservito alla dirigenza lombarda, rinforzata dai caudatari del “Cerchio Magico”, che difendono con i denti un privilegio di Casta.
Nell’intervista Gobbo fa a Tosi la prova del sangue e non lo trova sufficentemente verde: «Il concetto è che o si crede alla Padania non non ci si crede. Se uno non ci crede, non è opportuno che frequenti il parlamento padano. Poi le eresie a volte possono anche far bene, ma in questo caso non era opportuno. Mai come in questo momento è fondamentale credere in quest’area che chiamiamo Padania, o macroregione, o super regio economica, com’è definita dai quaderni della Fondazione Agnelli. Tosi è nella Lega da tantissimi anni, assieme a Zaia, a tanti altri giovani che io ho avuto l’onere e l’onore di portare avanti. Adesso è evidente che bisogna capirci: l’articolo 1 dello statuto della Lega parla specificamente di Padania. Se non ci si crede più, a parte il modo per arrivarci, si resta leghisti ma certo non più ortodossi. Un leghista non può dimettersi dalla Padania. Uno che non crede più alla Padania, penso che debba tirare le sue conclusioni: non è più nel progetto della Lega».
La rampa di lancio in orbita è pronta. Da Verona, l’eretico Tosi risponde con un mozzicone di frase: «Non ho tempo da perdere né interesse a fare polemiche inutili». Non abbocca, il mariuolo. Bisognerà trovare qualche altro appiglio.
Vero è che non sempre gli eretici della Lega sono stati cacciati al movimento. Un eretico famoso, che rimane ancora oggi un riferimento per gli amministratori leghisti oltre ad essere un interlocutore importante per chi cerca confronti dall’esterno della Lega, è Bepi Covre, ex sindaco di Oderzo ed ex deputato. Neanche Covre credeva alla Padania. Un altro leghista in odore di eresia è Giancarlo Gentilini, vice di Gobbo, periodicamente sull’orlo di essere cacciato dal movimento, salvo dover rimettere nel cassetto la bolla di scomunica perché – purtroppo - ha i voti, quell’impunito: la sua espulsione comporterebbe il disastro elettorale per Gobbo e compagni.
La legge del tornaconto della dirigenza che vale a Treviso viene applicata al contrario a Verona, dove Federico Bricolo o Francesca Martini sembrano disposti ad azzerare la Lega, pur di restare gli unici a comandare nel movimento. Spegneranno la luce, prima di uscire.
«E’ una cosa ridicola quella che i leghisti stanno facendo a Tosi», commentava domenica il sindaco di Bari Michele Emiliano, in un dibattitto su La 7 con lo stesso Tosi e con Fabrizio Cicchitto. Purtroppo al ridicolo il Belpaese ha fatto il callo.