«Monti facci spendere il nostro miliardo»

Dopo Napolitano, Ciambetti scrive al premier per ottenere la rimodulazione del patto di stabilità sulla media nazionale

    di Simonetta Zanetti

    VENEZIA

    Altro Governo, stessa richiesta, si sa mai che prima o poi qualcuno ascolti. Ed è con questa speranza che l’assessore al Bilancio Roberto Ciambetti è tornato a rivolgersi a Roma, questa volta indirizzando la sua lettera a Mario Monti, per vedere rimodulati i vincoli del patto di stabilità del Veneto che vedono, mediamente ogni anno, 1,3 miliardi di euro a libera destinazione, derivanti da entrate e gettito erariale, bloccati in cassa. Alla missiva inviata al premier con tanto di raffronto tra le diverse possibilità delle Regioni, ne ha fatto seguito una seconda al ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera, replicando il doppio invio a Berlusconi e Tremonti di luglio e a quello singolo al presidente della Repubblica. Medesima la sostanza, ovvero la richiesta di veder rimodulati i tetti di spesa veneti, mettendoli, quantomeno, in linea con quelli nazionali. «Se potessimo disporre della cifra media nazionale – sostiene Ciambetti – e parlo sempre di fondi che attualmente sono nelle casse regionali, cioè non derivati da maggiori imposte, avremmo a disposizione circa il 30% in più di possibilità di spesa: il tutto senza chiedere soldi a nessuno». I numeri parlano chiaro: in Veneto si possono spendere 491 euro pro capite contro una media nazionale di 647. A questo punto, spiega l’assessore, è evidente lo squilibrio tra le possibilità di spesa del Veneto e quelle di tutte le altre con l’eccezione della Lombardia che, con 457 euro, ha un potere di spesa di poco inferiore. Diversamente, in Lazio questa capacità raddoppia, passando a 946 euro, con il record di Basilicata (1.403 euro) e Molise (1.193) e le pur ragguardevoli possibilità di Calabria (763) e Campania (727).

    Ciambetti sollecita quindi un cambiamento – ricalibrando gli obiettivi e mantenendo inalterato il saldo nazionale – in virtù del «necessario sostegno alle attività produttive». «Il tetto di spesa c’entra poco o nulla con situazioni di disagio, povertà, arretratezza o con quello spirito di solidarietà nazionale per cui le aree più ricche hanno meno nella redistribuzione delle risorse pubbliche – prosegue l’assessore leghista – il patto di stabilità stabilisce la spesa che la Regione può sostenere: perché il Veneto, pur avendo in cassa i fondi, deve spendere obbligatoriamente per cittadino meno di quello che spendono Campania, Molise o Lazio? Una diversa redistribuzione della possibilità di spesa sarebbe a costo zero per il cittadino e manterrebbe immutati i saldi della contabilità nazionale che rispetterebbe ugualmente i vincoli europei». Nelle missive che si sono succedute nei mesi, Ciambetti punta quindi il dito su «un’ingiustizia evidente»: «Non diversamente dal passato, alcune regioni sono chiamate a sopportare vincoli ben superiori a quelli medi nazionali, con cittadini decisamente penalizzati» si legge in un passaggio. «Il patto di stabilità è una spia dell’anomalia italiana – conclude – perché tanta resistenza a ricalcolarlo? Perché vorrebbe dire mettere a dieta l’amministrazione ipertrofica in troppe regioni, aggredire la centrale di spesa, inutile e ingiustificata, dello Stato, rimettendo in gioco risorse vere per la parte produttiva e virtuosa del Paese. Più facile allora mantenere consensi, potere per la burocrazia e tenere elevata la spesa pubblica sostenuta da una abnorme tassazione e da sacrifici chiesti a lavoratori, pensionati, piccoli imprenditori e commercianti».

    12 febbraio 2012

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