di FRANCESCO JORI Deo gratias, i congressi. La base del Pdl ha finalmente potuto sentire di che sapore sia fatta la democrazia interna di un partito; anche se per i non pochi con anzianità pregressa...
di FRANCESCO JORI
Deo gratias, i congressi. La base del Pdl ha finalmente potuto sentire di che sapore sia fatta la democrazia interna di un partito; anche se per i non pochi con anzianità pregressa di tessera, non è stato poi molto diverso da quello che caratterizzava le assise dei vecchi democristiani, socialisti, liberali e quant’altro: nei metodi, nei contenuti, in qualche caso nelle stesse persone. Bene comunque, se si è trattato di un punto di partenza per ricominciare a fare politica nel territorio anziché tra uffici e salotti. Perché sul tappeto c’è un concretissimo problema cui mettere mano: il Pdl oggi in Veneto vale molto meno di quanto contasse Forza Italia a inizio anni Duemila. In termini percentuali, vuol dire essere sprofondati dal quasi 40 per cento a meno del 25. In termini politici, significa che un partito che da solo era largamente il primo, unendosi a un altro è diventato nettamente il secondo, con 11 punti di scarto rispetto alla Lega.
Non sembra che ci sia grande consapevolezza di questo, a giudicare dal modo in cui si è arrivati ai congressi. I dati parlano chiaro. In Veneto, il Pdl è scivolato dietro al Carroccio in tutte le province, con la sola eccezione di Rovigo; è addirittura il terzo partito a Treviso, dove ha avuto un tracollo di 20 punti in cinque anni. In 413 Comuni su 581 raccoglie meno voti della media veneta (24 per cento). Ha due soli sindaci di capoluogo su sette, per di più in realtà periferiche quali Belluno e Rovigo; entrambi esposti a turbolenze quotidiane. E’ arrivato a poter contare su tre suoi ministri nel governo Berlusconi, ma ne ha parlato più per le assenze che per l’apporto. Non ha mai avuto una leadership riconosciuta, neanche nei quindici anni del lungo e incontrastato regno di Galan a palazzo Balbi: ogni singola provincia, a volte perfino al proprio interno, ha covato scontri e contrapposizioni troppo spesso imperniati sulla prevalenza del mediocre. L’unica sua fortuna è stata quella di trovare, sul fronte opposto, un centrosinistra squagliato ed imbelle, specialista nel giocare a “ciàpa no”; ma non ha saputo comunque sfruttarla.
Il recentissimo sondaggio commissionato dal gruppo consiliare veneto della Lega non gli consente certo di confidare in giorni migliori, anzi gli prospetta un ulteriore arretramento. E’ un pessimo segnale, anche perché pure il Carroccio è in sofferenza, e il Pd non ne beneficia in modo significativo. E non va certo lontano, una regione in cui i tre principali soggetti politici risultano fragili: specie in una fase come questa, in cui si esce davvero dalla crisi solo con strategie forti e reale capacità di intercettare le domande del territorio.
Ecco perché il Pdl deve vivere i congressi di ieri solo come un punto di partenza per un cammino sul terreno della politica vera: che significa tante cose, cominciando dall’aprire porte e finestre per consentire ad energie fresche e a schemi nuovi di rivitalizzare il partito. Un ricambio non certo difficile, sulla carta, in una terra in cui 6 veneti su 10 dai tempi di Antenore votano sistematicamente centrodestra. Se invece al confronto tra idee e teste si continuerà a preferire quello tra tessere e consorterie, allora neanche i fieri proclami e le adunate di massa basteranno più a galvanizzare le sempre più spente truppe; soprattutto, non pagheranno in termini elettorali. I roboanti «Vinceremo!» facevano già ridere ottant’anni fa; figuriamoci oggi.
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